La riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e affidata al ministro Carlo Nordio ha superato il primo passaggio parlamentare con l’approvazione al Senato. Si tratta di un intervento costituzionale di ampia portata, che prevede – tra le principali novità – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti e la nascita di un nuovo organo disciplinare. Una riforma che, nei suoi effetti, tocca l’equilibrio delicato tra poteri dello Stato.

Il tema della giustizia è da tempo al centro del dibattito politico e istituzionale. La sua riforma è considerata strategica per il buon funzionamento della democrazia: l’obiettivo dichiarato è rendere il sistema più rapido, efficiente e vicino ai cittadini, senza rinunciare alle garanzie fondamentali. Ma proprio perché la giustizia incarna il patto di fiducia tra Stato e cittadini, ogni intervento normativo deve muoversi con estrema cautela. Non si tratta di un comparto come gli altri: è la base su cui poggia l’uguaglianza dei diritti.

Uno dei nodi centrali dell’attuale riforma è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Secondo i sostenitori, questa scelta aumenterebbe la terzietà dei giudici e la trasparenza del pubblico ministero. Ma le perplessità non mancano: il rischio è che una separazione mal calibrata comprometta l’unitarietà della funzione giurisdizionale e indebolisca l’indipendenza dei magistrati, aprendo la strada a condizionamenti esterni, anche di natura politica.

Il tema non è solo tecnico, ma anche culturale. L’ipotesi di sostituire l’elezione diretta dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) con un sorteggio mira a ridurre l’influenza delle correnti interne alla magistratura. Tuttavia, secondo alcuni osservatori, questa soluzione potrebbe avere effetti collaterali non trascurabili: in particolare, il rischio di attenuare il confronto tra visioni diverse e di indebolire il ruolo della responsabilità individuale. In questo senso, la misura, pur ben intenzionata, potrebbe portare a una maggiore uniformità di vedute, meno evidente ma comunque rilevante per l’equilibrio del sistema giudiziario.

Certo, è innegabile che l’Italia abbia bisogno di una giustizia più efficiente: i dati europei sui tempi dei processi parlano chiaro, e lo stigma delle condanne della Corte europea per la lentezza delle procedure pesa ancora come un macigno. L’adozione di strumenti digitali, la valorizzazione del personale e l’uso della mediazione possono offrire una risposta parziale. Ma l’efficienza non può diventare un alibi per ridurre l’autonomia del potere giudiziario.

Se la revisione costituzionale e le leggi attuative non prevederanno garanzie chiare e stringenti per salvaguardare l’indipendenza dei due rami della magistratura e impedire ogni forma di ingerenza, il rischio concreto sarà quello di una giustizia più veloce, sì, ma anche più fragile e meno libera. In definitiva, più vicina al potere e più distante dai cittadini.

Per evitare derive pericolose, servono meccanismi forti e trasparenti: maggioranze qualificate in Parlamento, criteri rigorosi per il sorteggio, presidi di controllo solidi nell’Alta Corte disciplinare. Solo così questa riforma potrà tradursi in un reale salto di qualità e non in un passo indietro.

È giusto voler riformare la giustizia, ma bisogna chiedersi con onestà a vantaggio di chi. L’efficienza è un obiettivo importante, ma non dovrebbe mai andare a scapito dell’indipendenza della magistratura. Il cambiamento, per essere davvero positivo, deve garantire una giustizia più equa, accessibile e rispettosa dei diritti di tutti. Non basta intervenire in nome della riforma: conta anche la direzione che si sceglie di seguire.

Alessandro Del Fiesco

                                                                                                   Presidente AsNALI Nazionale

Giustizia, riformare sì, ma a quale prezzo?

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