
In un clima globale già segnato da instabilità e frammentazione, l’accordo firmato tra Donald Trump e Ursula Von Der Leyen sui dazi commerciali rappresenta, a mio avviso, un passo indietro per l’autonomia economica dell’Europa. Formalmente, si tratta di un compromesso: si evitano dazi punitivi del 30% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, ma in cambio Bruxelles accetta un dazio uniforme del 15% su quasi tutti i beni esportati. E soprattutto, si impegna ad acquistare energia statunitense per centinaia di miliardi. Ma a che prezzo?
Per i cittadini e le imprese europee questo significa una cosa molto semplice: prodotti più costosi, minore competitività per le imprese che esportano, e posti di lavoro a rischio, soprattutto in settori chiave come l’automotive e la meccanica di precisione. È un colpo duro, mascherato da “successo diplomatico”.
Se guardiamo ai numeri, l’industria automobilistica tedesca, francese e italiana — già sotto pressione da transizione green e concorrenza cinese — dovrà affrontare costi crescenti per restare sul mercato americano. Non è esagerato dire che migliaia di posti potrebbero essere persi. Le piccole e medie imprese, spesso spina dorsale dell’export, faranno ancora più fatica.
A preoccuparmi di più, però, è la logica che sottende questo accordo. L’Europa ha accettato una posizione subordinata: non impone le sue condizioni, non detta l’agenda. Subisce e si adatta. Non è più un attore paritario nel commercio globale ma un partner “pragmatico” che baratta la stabilità a breve termine con dipendenza a lungo termine.
Impegnarsi per anni ad acquistare gas e petrolio dagli USA — anche a prezzi non sempre competitivi — vincola la nostra politica energetica. Significa sottrarre risorse all’innovazione, alla transizione ecologica e alla costruzione di una filiera europea dell’energia sostenibile.
Questo accordo segna, in modo dolorosamente chiaro, quanto l’UE sia vulnerabile davanti a pressioni economiche esterne. Non solo per colpa degli Stati Uniti, ma anche per l’incapacità interna di parlare con una voce sola. Ogni Stato membro con il suo interesse, ogni settore con il suo lobbismo. E così l’Europa si presenta fragile, divisa, e facilmente ricattabile.
Non si tratta solo di dazi. Si tratta di visione. L’Europa dovrebbe lavorare per rafforzare i legami con economie emergenti, investire in filiere strategiche, e diventare autonoma in settori vitali come energia, tecnologie e materie prime. Invece, si accontenta di evitare lo scontro, al prezzo di rinunciare a un ruolo da protagonista.
In conclusione, questo accordo è una tregua, non una vittoria. È un tentativo di contenere i danni, ma i danni restano — e in parte li abbiamo autoinflitti. L’Europa dovrà presto decidere se vuole continuare a rincorrere gli altri, oppure se è pronta a riprendere in mano il proprio destino economico e strategico.
Alessandro Del Fiesco
Presidente AsNALI Nazionale
