
Il mondo sta vivendo una fase storica in cui la geopolitica incide in modo diretto e immediato sull’economia reale. Non si tratta più di dinamiche lontane, che interessano soltanto i mercati finanziari o i tavoli diplomatici: oggi le tensioni internazionali entrano nelle nostre case attraverso le bollette, i prezzi al supermercato e il costo del carburante.
La guerra in Ucraina ha rappresentato il primo grande shock, spezzando una dipendenza energetica europea dalla Russia che si era costruita in decenni. Il gas russo, abbondante e relativamente a buon mercato, è stato sostituito da forniture alternative, spesso più costose e logistiche complesse. Una scelta inevitabile per ragioni politiche e morali, ma che ha avuto conseguenze pesantissime sul costo dell’energia, soprattutto per i Paesi manifatturieri come l’Italia.
A questa instabilità si è aggiunto il conflitto in Medio Oriente, con l’ennesima escalation israelo-palestinese e la conseguente tensione che investe l’intera regione. Le rotte commerciali del Mediterraneo e del Mar Rosso, già delicate, hanno visto crescere i rischi e i costi di trasporto. Petrolio e cereali, materie prime essenziali, hanno conosciuto nuovi rincari e oscillazioni, alimentando un’inflazione che non accenna a raffreddarsi.
In questo contesto già fragile, i dazi imposti dall’amministrazione Trump negli anni scorsi, pensati per proteggere l’industria statunitense, continuano a generare effetti collaterali. Quelle misure, soprattutto su acciaio, alluminio e prodotti agroalimentari, hanno innescato un clima di sfiducia e frammentazione del commercio internazionale. Oggi, con catene di fornitura globali già spezzate da guerre e pandemie, i dazi agiscono come un moltiplicatore della crisi: riducono gli scambi, aumentano i prezzi e colpiscono in modo particolare i Paesi esportatori come l’Italia, che fondano la loro ricchezza proprio sulla manifattura e sull’apertura ai mercati globali.
Il risultato è un meccanismo perverso. Le imprese, soprattutto le piccole e medie, vedono crescere i costi energetici e delle materie prime, riducendo i margini di profitto e talvolta la capacità stessa di restare competitive. Inevitabilmente, questi rincari si trasferiscono sui consumatori finali. Le famiglie italiane, già provate da anni di stagnazione dei salari, si ritrovano a dover affrontare bollette più salate, spese alimentari in costante aumento e un carburante che torna a pesare sul bilancio mensile.
Quando il potere d’acquisto si riduce, la prima reazione è la contrazione dei consumi. Ma meno consumi significano meno domanda interna, meno produzione e, alla lunga, meno occupazione. È un boomerang che rischia di colpire tutti: cittadini, imprese e istituzioni. L’economia reale, che vive di equilibrio tra produzione e consumo, non può reggere a lungo uno squilibrio così marcato.
La politica economica non può limitarsi a inseguire le emergenze. Servono strategie articolate e di medio-lungo termine:
- Diversificazione energetica e indipendenza dalle aree di conflitto: l’Italia e l’Europa devono accelerare sugli investimenti in rinnovabili, economia circolare e accordi bilaterali stabili, così da ridurre la vulnerabilità alle crisi geopolitiche.
- Un’Europa più assertiva sul commercio: di fronte a dazi e misure protezionistiche, l’Unione deve presentarsi unita, negoziando come blocco e tutelando le proprie filiere produttive. Restare frammentati significherebbe cedere terreno non solo agli Stati Uniti, ma anche alla Cina e ad altri attori globali.
- Sostegno immediato alle PMI: crediti d’imposta, agevolazioni sui costi energetici e accesso facilitato a finanziamenti garantiti sono strumenti essenziali per evitare che il tessuto produttivo venga eroso. Senza PMI non esiste crescita né occupazione.
- Tutela del potere d’acquisto delle famiglie: la riduzione del cuneo fiscale e misure dirette per i redditi medio-bassi non sono più opzioni, ma necessità. Proteggere i consumi interni significa proteggere l’intera economia.
- Pianificazione industriale di lungo periodo: non basta tamponare l’emergenza; serve una politica industriale che valorizzi settori strategici (energia, tecnologia, agrifood) e riduca la dipendenza da fornitori esterni volatili.
In un mondo attraversato da guerre e tensioni commerciali, pensare di tornare a un passato di stabilità globale è illusorio. Ma possiamo – e dobbiamo – costruire un futuro di maggiore resilienza. Per farlo, occorre avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: i rincari delle materie prime non sono un incidente passeggero, ma il segnale che i nodi geopolitici ed economici sono strettamente intrecciati.
La sfida è trasformare questa crisi in un’occasione di cambiamento. Perché se le imprese chiudono e le famiglie riducono i consumi, a perdere non è solo l’economia: è l’intero tessuto sociale del Paese.
Alessandro Del Fiesco
Presidente AsNALI Nazionale
