
Negli ultimi tempi l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali è finita al centro di una duplice attenzione: da un lato per l’intensa attività istituzionale che ne conferma il ruolo di sentinella della privacy nell’era digitale, dall’altro per una serie di episodi che hanno sollevato interrogativi sul suo equilibrio e sulla sua indipendenza.
Sul piano dei fatti, i numeri raccontano un’Autorità in piena operatività. Nel 2024 sono stati adottati oltre ottocento provvedimenti, con sanzioni che superano i ventiquattro milioni di euro e migliaia di reclami trattati in ambiti che vanno dalla sanità alla giustizia, fino al mondo del lavoro e della comunicazione. È la fotografia di un organismo che si confronta quotidianamente con un Paese sempre più digitalizzato, dove il confine tra libertà individuale e controllo tecnologico si fa ogni giorno più sottile.
Ma accanto a questo impegno concreto, è emersa una vicenda che ha riacceso il dibattito politico e mediatico sollevando il dubbio sulla piena indipendenza dell’Autorità rispetto al potere politico.
La questione, però, va oltre il singolo episodio. Mette a nudo una tensione più profonda: quella tra il diritto di cronaca e la tutela della privacy, tra il ruolo del giornalismo d’inchiesta e la funzione di garanzia delle istituzioni. Il giornalismo investigativo, soprattutto quando si muove nel servizio pubblico, ha il dovere di raccontare il potere senza timori reverenziali, ma anche quello di rispettare i limiti fissati dalla legge e dall’etica professionale. Report, con la sua storia di inchieste incisive, non è esente da questo principio: nessuno lo è. Gli errori, quando ci sono, vanno riconosciuti e corretti, perché la deontologia serve proprio a impedire che l’esercizio del diritto di cronaca diventi un abuso.
Allo stesso tempo, però, la questione dell’indipendenza del Garante resta cruciale. Anche se la sanzione inflitta alla Rai fosse pienamente fondata, resta legittimo chiedersi come e in quali condizioni sia maturata quella decisione. In che modo vengono gestiti i rapporti fra Autorità, politica e media? Esistono confini netti o zone grigie che rischiano di indebolire la fiducia dei cittadini? In un contesto simile, l’imparzialità non è solo un principio astratto: è il presupposto stesso della credibilità di chi deve vigilare.
Al momento i quattro membri del Collegio del Garante restano in carica per un mandato di sette anni non rinnovabile. Una scelta che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, garantire stabilità e indipendenza. Ma le ultime polemiche mostrano quanto fragile sia questo equilibrio, quanto sia facile che un gesto o una circostanza alimentino sospetti e accuse di parzialità.
Oggi il Garante per la privacy si trova dunque in una posizione delicata. Da un lato deve continuare a difendere i dati personali dei cittadini in un’epoca dominata dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale; dall’altro deve proteggere sé stesso dalle ombre di condizionamento politico. È un doppio compito, tecnico e morale, che misura la solidità delle istituzioni e, in fondo, la maturità democratica del Paese.
Alessandro Del Fiesco
Presidente AsNALI Nazionale
