Il 28 febbraio 2026, alle prime ore del mattino, Israele e Stati Uniti hanno lanciato l’operazione «Ruggito del Leone» contro le infrastrutture strategiche dell’Iran. In poche ore, quello che sembrava un ennesimo capitolo della lunga crisi mediorientale si è trasformato in un conflitto aperto che coinvolge il Golfo Persico, le sue rotte energetiche e, per riflesso diretto, le bollette e i bilanci di milioni di imprese italiane. Quattro giorni dopo, lo scenario rimane fluido e drammatico. Il momento di fare i conti — per le nostre PMI — è già adesso.

“Una PMI su due rischia la chiusura se il conflitto si protrae per un anno.” — Osservatorio Evolution Forum Business School

Lo Stretto di Hormuz: cinquantaquattro chilometri che valgono miliardi

Per capire perché una guerra a cinquemila chilometri di distanza possa mettere in ginocchio un’azienda metalmeccanica di Brescia o un pastificio della Puglia, basta guardare una mappa. Lo Stretto di Hormuz — un corridoio di appena 54 chilometri tra la penisola arabica e le coste iraniane — è il punto di transito di circa il 20% del petrolio mondiale e del 25% del gas naturale liquefatto globale. Dal 1° marzo 2026, dopo che Teheran ne ha dichiarato la chiusura, si stima che oltre tremila navi siano bloccate oltre quello stretto. Il traffico è virtualmente azzerato.

L’Italia, che importa il 75% del proprio fabbisogno energetico, il 90% del gas e il 95% del petrolio dall’estero, è tra i Paesi europei strutturalmente più esposti a questo tipo di shock. Non è un’emergenza teorica: è una vulnerabilità che si manifesta ogni volta che il Medio Oriente prende fuoco, e che torna a bruciare con particolare violenza in questo marzo 2026.

I numeri della crisi: TTF a 60 euro, Brent oltre 81 dollari

I mercati finanziari hanno reagito con una rapidità che non lascia spazio all’ottimismo. Il gas naturale alla Borsa di Amsterdam (TTF) ha superato i 60 euro per megawattora il 3 marzo, rispetto ai 32 euro della chiusura del 27 febbraio: un’impennata dell’87% in meno di una settimana. Il Brent ha superato gli 81 dollari al barile, con un rialzo superiore al 13% nelle prime ore del conflitto, e le previsioni più pessimistiche parlano di un greggio a 100 dollari se la chiusura di Hormuz dovesse prolungarsi. L’indice TTF era già ai massimi da febbraio 2025.

Per un Paese che produce oltre il 40% della propria elettricità da gas naturale, questi numeri si trasferiscono direttamente sulle bollette. I nostri studi stimano che i contratti di fornitura a prezzo variabile incorporeranno nell’immediato rincari superiori al 36%. Udicon ha calcolato un possibile aggravio complessivo del 7% sulla spesa energetica annua delle famiglie. E il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha ammesso pubblicamente che il governo è «preoccupato delle conseguenze che si possono avere sul costo dell’energia».

“Fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo sull’Italia in sei mesi nello scenario di blocco prolungato dello stretto di Hormuz.”

Trentatré miliardi di euro: il conto per l’Italia

In uno scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, l’Italia rischia un impatto economico complessivo fino a 33 miliardi di euro in sei mesi, pari all’1,5% del PIL, con picchi che potrebbero raggiungere il 3,5% per la manifattura. Le bollette aziendali potrebbero crescere del 30-40%, e in caso di escalation ulteriore il greggio potrebbe salire del 75-80%, con i costi logistici in aumento del 25-30%.

Inoltre un rincaro medio del 20% delle materie prime energetiche comporterebbe per il sistema produttivo italiano un costo aggiuntivo annuo superiore a 10 miliardi di euro, di cui il 60% graverebbe direttamente sulle PMI. In termini pratici, le bollette delle piccole e medie imprese potrebbero aumentare fino a 6.000 euro nel solo primo trimestre. I settori più colpiti: vetro, acciaio, ceramica, chimica, carta — tutti comparti ad alta intensità energetica — con produzioni a rischio di calo fino al 20%.

A ciò si aggiunge il colpo ai trasporti. Con il diesel che supera già i 2 euro al litro in modalità servito, un’impresa di autotrasporto con cinquanta mezzi affronta un costo aggiuntivo stimato tra 200.000 e 300.000 euro su base annua. E non si tratta solo di carburante: anche le tariffe di spedizione marittima e aerea stanno subendo rincari tra il 5% e il 10%, con ripercussioni su ogni filiera che dipende dall’import o dall’export.

Una PMI su due a rischio: il dato che non possiamo ignorare

L’Osservatorio Evolution Forum Business School ha condotto un’indagine su oltre 1.200 micro e piccoli imprenditori italiani — quelli con fatturato fino a un milione di euro e meno di cinque dipendenti — e il risultato è allarmante: se il conflitto dovesse protrarsi per un anno o più, una PMI su due rischierebbe la chiusura. Il 48,4% degli imprenditori indica già oggi l’instabilità causata dalle guerre come la principale fonte di preoccupazione per la propria attività.

Il problema è strutturale. Le microimprese italiane, spesso sottocapitalizzate e con riserve di liquidità limitate, sono particolarmente vulnerabili agli shock prolungati. Quando ai rincari dell’energia si sommano i ritardi nei pagamenti, la contrazione della domanda interna e l’incertezza sulle forniture di materie prime, la tenuta finanziaria diventa critica nel giro di poche settimane. Non si tratta di imprese inefficienti: si tratta di imprese che operano con margini stretti in mercati competitivi, e che uno shock esogeno di questa portata può travolgere con una rapidità che non lascia tempo per adattarsi.

Cosa serve adesso: risposte concrete, non rassicurazioni

Il governo ha già adottato misure parziali: il Decreto Bollette del 18 febbraio 2026 aveva introdotto un bonus ISEE fino a 25.000 euro e uno sconto sugli oneri ETS per le imprese. Misure pensate per un mercato energetico in discesa — ora rischiano di essere spazzate via dall’onda lunga del conflitto nel Golfo. Servono interventi rapidi e mirati.

In primo luogo, l’attivazione immediata di meccanismi di protezione per le forniture energetiche, incluso il pieno utilizzo dei rigassificatori di Piombino e Ravenna e la diversificazione accelerata dalle rotte del Golfo. In secondo luogo, moratorie sui pagamenti fiscali e contributivi per le PMI dei settori più energivori, sul modello di quanto già sperimentato durante la crisi post-Covid. In terzo luogo, fondi di garanzia straordinari per sostenere la liquidità delle microimprese nei mesi critici.

Sul piano delle imprese, sarebbe opportuno anticipare gli ordini di materie prime nelle prossime settimane — prima che i rincari del greggio si trasmettano completamente lungo la filiera — e valutare il passaggio a tariffe energetiche a prezzo fisso, per proteggersi da ulteriori fiammate. Non è speculazione: è gestione del rischio in un contesto che lo impone.

Il tempo è una variabile decisiva

Il presidente americano Trump ha dichiarato che le operazioni militari potrebbero durare almeno quattro settimane. L’Iran ha risposto che è «pronto per una guerra molto lunga». Se lo scenario si consolida su un conflitto prolungato, il quadro economico per le PMI italiane cambierebbe radicalmente rispetto a uno shock di breve durata. Come ha osservato il Codacons Toscana: «il fattore determinante sarà il tempo. Più velocemente tornerà la pace e minore sarà l’impatto economico». Una frase semplice, che nasconde una verità dolorosa.

Siamo di fronte a uno shock che non possiamo controllare. Possiamo però scegliere come rispondervi: con politiche industriali all’altezza della crisi, con una programmazione energetica che riduca strutturalmente la dipendenza dalle rotte del Golfo, e con il riconoscimento che le piccole imprese italiane non sono un peso da supportare nei momenti difficili, ma il motore produttivo del Paese — un motore che ha bisogno di carburante, anche quando il carburante stesso è la posta in gioco.

 

                                                                                                                            Alessandro Del Fiesco

                                                                                                                       Presidente AsNALI Nazionale

Fuoco sul Golfo: la guerra in Iran e il conto che pagheranno le piccole imprese italiane
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