I prezzi già elevati a causa della ripresa post-pandemica e dei problemi nelle catene di approvvigionamento, hanno trovato una nuova e improvvisa spinta dalla guerra.

Dopo settimane di progressiva flessione, infatti, le quotazioni delle fonti energetiche fossili, di cui la Russia è tra i maggiori produttori mondiali, hanno ripreso a salire. Ma Russia e Ucraina sono ai vertici mondiali anche nella produzione di alluminio, rame, nickel, ghisa, palladio, grano e fertilizzanti, commodity che stanno registrando nuovi record. Inoltre il blocco dei porti sul Mar Nero ostacola l’approvvigionamento di metalli e altre materie prime fondamentali per le nostre attività industriali, generando, insieme alle pesanti sanzioni economiche inferte alla Russia, la paura di una paralisi generalizzata con un impatto sui prezzi come mai si poteva immaginare.

Dal settore energetico a quello dei metalli fino all’agroalimentare, le materie prime più ricercate e preziose per la vita quotidiana hanno tutte registrato un balzo inaspettato.

Dal 24 febbraio (giorno dell’invasione russa) all’11 marzo si è assistito a rialzi senza precedenti su:

  • gas naturale: 180%
  • carbone termico: 126%
  • nickel: 93%
  • coke: 53%
  • frumento: 42%
  • lamiere da treno: 41%
  • petrolio: 32%
  • rottame ferroso: 30%
  • ghisa da affinazione: 29%
  • palladio: 18%
  • alluminio: 19%
  • zinco: 17%
  • minerale di ferro: 16%
  • mais: 15%
  • legno: 10%

In particolare il costo dell’energia dal 1 all’11 marzo, risulta fuori controllo: il gas è schizzato del 219%, il carbone termico del 212% e il petrolio del 62%.

Con le materie prime a prezzi così elevati, i principali settori produttivi, anche in Italia, stanno andando incontro ad una crisi senza precedenti. Acciaierie, fonderie, imprese di ceramica e del vetro, produttori di carta stanno lanciando l’allarme a causa dei prezzi energetici alti e la mancanza di approvvigionamenti. Anche gli allevatori sono in allerta per il masi costosissimo e scarso, elemento essenziale per l’alimentazione del bestiame

Oltre il problema della dipendenza dal gas russo, le imprese sanno che se si arrivasse ad un accordo tra Russia e Ucraina i prezzi crollerebbero, pertanto restano molto caute a fare acquisti agli attuali prezzi fuori mercato.

La guerra in Ucraina, oltre a far aumentare i prezzi di energia e materie prime, sta alimentando anche la corsa dell’inflazione. Quella che si prospetta, è una fase storica complessa, pervasa dall’indeterminatezza e dall’alta volatilità dei prezzi, che renderà assai problematiche le attività di previsione.

Secondo Alessandro del Fiesco, Presidente Nazionale di AsNALI, “l’attuale situazione geopolitica avrà ripercussioni sull’intero tessuto produttivo italiano ed inciderà inevitabilmente sul costo della vita di tutte le famiglie”.

“L’aumento dei costi dell’energia che ha preceduto lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina – continua Del Fiesco – aveva già frenato la ripresa economica iniziata nel 2021, ma un aumento ulteriore dei prezzi e la mancanza di materie prime rischiano di avviare una fase di recessione. In questo momento è importante frenare le strategie speculative per arginare ulteriori crescite incontrollate dei prezzi”.

Guerra e materie prime: rischio paralisi generalizzata
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