L’assemblea del Cnel ha approvato a maggioranza il documento finale sul lavoro povero e salario minimo. Nel documento si valorizza “la via tradizionale” della contrattazione collettiva e boccia quindi la proposta presentata dai cinque esperti, tra quelli nominati dal presidente della Repubblica, sulla sperimentazione della tariffa retributiva minima da affiancare alla contrattazione salariale.

l documento elaborato dalla commissione d’informazione del Cnel è passato in Assemblea con 39 voti a favore e 15 contrari su 54 votanti con parere contrario di Cgil, Uil e Usb ma anche dai 5 consiglieri di nomina presidenziale.

Il testo di 41 pagine, intitolato «Elementi di riflessione sul salario minimo in Italia», aveva avuto in precedenza il consenso dell’80% dei componenti della Commissione informazione ed era stato inviato ai 64 membri del Consiglio che si sono pronunciati nell’assemblea plenaria di oggi 12 ottobre, nel rispetto dei tempi previsti. Lo scorso 11 agosto, infatti, la premier Giorgia Meloni aveva incaricato il Cnel, presieduto da Renato Brunetta, di redigere in 60 giorni un documento con analisi e proposte in tema di salario minimo, tema che dal 17 ottobre sarà all’esame dell’Aula di Montecitorio.

Per il Cnel la preferenza, dunque, va ai minimi salariali contrattuali esigibili piuttosto che all’introduzione di una soglia di salario minimo legale (che andrebbe a incidere in settori deboli dove magari c’è una contrattazione fragile, con il rischio di spingerli verso il sommerso).

Per il documento del Cnel occorre affermare il principio dell’adeguatezza del trattamento retributivo attraverso lo sviluppo del sistema della contrattazione collettiva. Il piano di azione – con un arco attuativo pluriennale – potrebbe essere anche un utile contributo a Governo e Parlamento per riorientare in modo selettivo le risorse a sostegno della contrattazione collettiva, dell’occupazione di qualità, del welfare aziendale, della bilateralità.

Per elaborare la sua valutazione il documento del CNEL ha preso come riferimento la direttiva europea sul salario minimo, entrata in vigore nell’autunno del 2022. Il documento cerca di rispondere alla domanda se, in base alla legge europea, l’Italia debba dotarsi di un salario minimo. La legge europea non stabiliva l’obbligo per tutti i paesi di dotarsi di un salario minimo legale, ma semplicemente una serie di criteri e procedure che i paesi dovrebbero seguire per garantire salari adeguati.

La direttiva si poggia su due insiemi di regole:

  • il primo serve a garantire salari minimi adeguati e si rivolge ai paesi che hanno un salario minimo per legge, quindi non all’Italia;
  • il secondo promuove la contrattazione collettiva in materia salariale, in particolare in quei paesi in cui la percentuale di lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva è inferiore all’80 per cento.

Il presidente del Cnel, Renato Brunetta in occasione della conferenza stampa dopo l’assemblea che ha approvato il documento, ha sottolineato come questo sia “l’esito di uno straordinario percorso che in 60 giorni è arrivato a produrre un testo importante approvato a larga maggioranza”.

Secondo Brunetta infatti “dire 9 euro l’ora non significa nulla se non c’è la sostenibilità economica perché o sparisce il lavoro, o sparisce l’impresa o aumentano i prezzi. Non fare i conti con il mercato e fare le anime belle e io non sopporto le anime belle”.

Il CNEL boccia il salario minimo
Tag:                         

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *