L’ultimo meeting della BCE si è svolto in Finlandia ad Inari, anziché a Francoforte come di consueto, per approfondire studi e valutazioni sulle dinamiche inflazionistiche della zona euro.

Il dato relativo a febbraio ha evidenziato un carovita ancora all’8,5% con un’inflazione che ha smesso di crescere ma non ha ancora iniziato a scendere. La linea dunque resta la stessa, aumenti dei tassi di interesse, costo del denaro più caro e conseguente rallentamento alla crescita economica.

Diversi esponenti della Bce, in primis il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, si sono espressi contro un aumento generalizzato dei salari, nonostante la grave perdita di potere d’acquisto dei lavoratori italiani, già tra i più poveri dell’area euro. Secondo Visco, infatti, buste paga più corpose causerebbero inevitabilmente una spirale inflazionistica.

Tuttavia, ciò che emerge dalla riunione tenutasi in Lapponia, è che l’aumento dei costi per le imprese, dettato dall’aumento delle materie prime e dell’energia, siano in realtà inferiori all’aumento dei prezzi finali, che hanno subito nell’ultimo anno una notevole impennata.

Stando così le cose si innescherebbe, secondo gli esperti della BCE, un meccanismo che vede ricavi e profitti aziendali salire oltre misura a scapito dei consumatori che si vedono negata la possibilità di chiedere aumenti perché questo favorirebbe l’inflazione.  I dati statistici mostrano anche come, viceversa, i salari siano cresciuti molto più lentamente dell’inflazione con una perdita del valore effettivo degli stipendi in media del 5% rispetto al 2021.

Come sostiene Paul Donovan, capo economista di UBS Global Wealth Management, “La Bce farebbe fatica a giustificare la sua politica monetaria in un quadro in cui l’inflazione dipende soprattutto dai listini delle imprese. L’inflazione alimentata da margini aziendali più elevati tende infatti ad autocorreggersi poiché alla fine le imprese sono costrette a porsi un limite per non perdere consumatori”.

La stretta sui tassi da parte della Bce sarebbe quindi superflua e quanto formulato in Finlandia potrebbe supportare i membri del consiglio direttivo della Bce meno propensi ad alzare ancora il costo del denaro nell’area euro.

Anche negli Stati Uniti, dove l’inflazione è al 6,4%, la banca centrale ha avviato una stretta monetaria, in anticipo di circa un anno sulla Bce. In realtà oltreoceano si parla apertamente di un’“inflazione dei prezzi da profitto” in cui i prezzi sono spinti verso l’alto dalle società che cercano maggiori guadagni approfittando della situazione. Del resto, allo stesso modo di quanto attuato dalla Bce, anche la Fed persegue una linea di politica monetaria estremamente rigorosa.

Secondo un’analisi dell’Economic Policy Institute, nelle società non finanziarie statunitensi, che rappresentano il 75% del settore privato, i prezzi post Covid sono cresciuti mediamente del 6,5% (contro un incremento medio dell’1,8% negli anni 2007-2019) e per oltre la metà l’incremento è riconducibile ai profitti. Il costo del lavoro ha contribuito solo per un nono contro una media dei sei decimi nei dodici anni pre-Covid.

Il governatore della banca centrale portoghese Mario Centeno ha sollevato la questione della corsa dei margini di profitto aziendali, sostenendo che il tema dovrebbe essere inserito nell’agenda politica europea. Sulla stessa linea il membro italiano del board Bce Fabio Panetta, che ha rilevato come sinora i lavoratori abbiano sopportato il peso maggiore dell’impennata dei prezzi mentre i margini aziendali sono rimasti stabili, o addirittura aumentati in alcuni settori.

In Europa come in America l’inflazione è causata dalle aziende
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