
Secondo le stime preliminari ISTAT, l’indice dei prezzi al consumo segna +0,8% su base mensile e +1,6% su base annua. Servizi e alimentari freschi i principali responsabili del rialzo. L’energia frena la corsa.
L’inflazione italiana torna a correre. A febbraio 2026, secondo le stime preliminari diffuse dall’ISTAT, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC, al lordo dei tabacchi) registra una variazione del +0,8% su base mensile e del +1,6% su base annua, in decisa accelerazione rispetto al +1,0% registrato a gennaio. Una fiammata che non si vedeva da mesi e che accende i riflettori, in particolare, sui prezzi dei servizi e sulle tensioni nel comparto alimentare.
I dati chiave a colpo d’occhio
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Indicatore |
Valore |
Var. vs gennaio |
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Inflazione annua (NIC) |
+1,6% |
da +1,0% di gennaio |
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Variazione mensile |
+0,8% |
la più alta da ottobre 2022 |
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Inflazione di fondo |
+2,4% |
da +1,7% di gennaio |
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Servizi (tendenziale) |
+3,6% |
da +2,5% di gennaio |
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Beni (tendenziale) |
-0,2% |
stabile come gennaio |
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Carrello della spesa |
+2,2% |
da +1,9% di gennaio |
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Energetici (totale) |
-6,6% |
freno alla crescita |
Servizi trainano la corsa dei prezzi
Il vero motore dell’accelerazione inflazionistica di febbraio risiede nel comparto dei servizi, che registra un balzo dal +2,5% al +3,6% su base annua. Due le voci più calde: i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona passano dal +3,0% al +4,9%, complici i rincari stagionali nel turismo e l’effetto Olimpiadi invernali. I servizi relativi ai trasporti schizzano dal +0,7% al +3,0%.
Spicca in particolare la voce servizi di alloggio con un rincaro del +10,3%, che pesa in modo sensibile sull’inflazione complessiva. Il differenziale tra prezzi dei servizi e prezzi dei beni raggiunge così i +3,8 punti percentuali, il livello più alto degli ultimi mesi rispetto ai +2,7 di gennaio: una divaricazione che penalizza soprattutto le famiglie che consumano servizi legati al tempo libero e alla mobilità.
Il carrello della spesa si fa più pesante
Cresce anche la pressione sul “carrello della spesa” — la componente dei prezzi più vicina alle abitudini quotidiane delle famiglie, che comprende beni alimentari, prodotti per la cura della casa e della persona. Il tasso tendenziale sale al +2,2% rispetto al +1,9% di gennaio, spinto in particolare dagli alimentari non lavorati (frutta, verdura, carne fresca) che accelerano dal +2,5% al +3,6%. In controtendenza gli alimentari lavorati, che rallentano leggermente dal +1,9% al +1,7%.
L’energia frena, ma per quanto?
L’unico elemento che ha evitato un’ulteriore impennata dei prezzi è il comparto energetico, che accentua la sua flessione con un -6,6% complessivo. Nel dettaglio, gli energetici regolamentati sprofondano a -11,3% (dal -9,6% di gennaio), il gas naturale segna -14,6% e la benzina cala del -9,1%. Una boccata d’ossigeno per le tasche dei consumatori, soprattutto delle imprese più energivore.
Tuttavia, questo scudo energetico potrebbe non reggere a lungo. Le tensioni geopolitiche internazionali — con il conflitto nell’area del Golfo Persico e le possibili ripercussioni sulla rotta di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — rappresentano un fattore di rischio concreto per i prossimi mesi. Secondo alcune stime, un blocco prolungato dello stretto potrebbe spingere l’inflazione dell’area euro verso il 3,5% nel secondo semestre 2026.
L’inflazione di fondo suona l’allarme
Il dato che più preoccupa gli analisti non è quello headline, ma quello dell’inflazione di fondo — calcolata al netto di energetici e alimentari freschi — che balza dal +1,7% al +2,4%. Questo indicatore, considerato il termometro più affidabile delle pressioni inflazionistiche strutturali, segnala che le tensioni sui prezzi non sono più limitate a componenti volatili, ma si stanno diffondendo all’economia reale.
Al netto di fattori occasionali come l’aumento delle accise sui tabacchi e l’effetto Olimpiadi, la variazione tendenziale sarebbe stata “ampiamente inferiore all’1%”. Un invito alla prudenza interpretativa che non elimina, tuttavia, l’attenzione verso i mesi a venire.
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Cosa significa per le PMI e i lavoratori autonomi L’accelerazione dell’inflazione di febbraio ha impatti diretti sulle piccole imprese. Il rincaro dei servizi — trasporti, alloggio, formazione — aumenta i costi operativi. La crescita del carrello della spesa erode il potere d’acquisto dei dipendenti, con potenziale pressione sui rinnovi salariali. Le PMI del settore turistico e della ristorazione potrebbero invece beneficiare dell’aumento dei prezzi dei servizi di alloggio (+10,3%), ma a patto di riuscire a trasferire i costi sui prezzi finali senza perdere clientela. |
