I dati ISTAT di febbraio 2026 fotografano un’inflazione in accelerazione al +1,5% annuo, ma i numeri peggiori devono ancora arrivare: l’escalation in Medio Oriente minaccia un nuovo shock energetico per le imprese italiane. AsNALI chiede risposte strutturali, non solo tamponi.

I dati ISTAT: febbraio in accelerazione, ma il peggio è ancora da venire

L’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato il 17 marzo i dati definitivi sull’inflazione di febbraio 2026: l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra una variazione del +0,7% su base mensile e del +1,5% su base annua, in netta accelerazione rispetto al +1,0% di gennaio. Si tratta del livello più alto da fine settembre 2025.

L’inflazione di fondo – al netto degli energetici e degli alimentari freschi – è salita al +2,4% (da +1,7% di gennaio), segnale che la pressione sui prezzi non è episodica, ma strutturale. Il carrello della spesa segna +2,0% annuo, con gli alimentari non lavorati a +3,6% e quelli lavorati a +1,4%. L’unico freno viene dagli energetici, in calo del -6,6%, ma si tratta di una tregua destinata a durare poco.

Una parte rilevante dell’accelerazione di febbraio è riconducibile ai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026: gli alberghi segnano +15,8% annuo, i biglietti aerei per voli nazionali +37,8%, gli eventi sportivi +7,2%. Rincari speculativi, temporanei, che tuttavia hanno mascherato la vera minaccia in arrivo: la crisi energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente.

  LE FAMIGLIE ITALIANE GIÀ OGGI PAGANO DI PIÙ
  • Famiglia tipo: +496 euro annui di spesa in più
  • Nucleo con due figli: +685 euro annui (con l’effetto Iran potrebbe superare 1.000 euro)
  • Inflazione di fondo: +2,4% – il dato più preoccupante per la tenuta dei redditi

La guerra in Iran: uno shock energetico senza precedenti

Il 1° marzo 2026, in risposta all’attacco di Stati Uniti e Israele, le forze iraniane hanno chiuso lo Stretto di Hormuz, il corridoio marino da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto globale. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito quello che ne è seguito la più grave interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato energetico mondiale.

In poche ore il Brent ha guadagnato oltre il 13%, portandosi intorno a 82 dollari al barile, toccando in alcuni momenti quasi 94 dollari. Il TTF, l’indice europeo di riferimento per il gas, ha segnato un balzo del 25% ad Amsterdam. Nei diciotto giorni successivi all’inizio del conflitto, i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono saliti rispettivamente del 24% e del 33%.

L’Italia, come evidenziato da un’analisi di Oxford Economics riportata dal Financial Times, è il Paese europeo più esposto allo shock energetico, per via della forte dipendenza dalle importazioni di idrocarburi e di una quota ancora limitata di energia prodotta da fonti rinnovabili. Le stime indicano che nel quarto trimestre del 2026 l’inflazione italiana potrebbe risultare superiore di oltre un punto percentuale rispetto alle previsioni precedenti – un incremento più che doppio rispetto alla media dell’Eurozona.

L’impatto sulle PMI: 10 miliardi di euro in più, investimenti congelati

Per le imprese italiane la situazione è critica. Secondo le stime dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, il conflitto in Iran rischia di costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026 per il solo costo dell’energia: 7,2 miliardi per l’elettricità e 2,6 miliardi per il gas.

Gli esperti calcolano che, se gli attuali livelli di prezzo dovessero stabilizzarsi, la spesa energetica delle PMI toccherà quota 3,8 miliardi di euro, con un incremento medio di 1.500 euro annui per ogni impresa. Un supermercato può arrivare a +2.700 euro, un ristorante medio a +1.830 euro, un albergo a oltre +2.700 euro. Anche i negozi non alimentari, con margini già sottili, registrano aumenti mediamente di circa 109 euro annui che per molti possono essere insostenibili.

Un’analisi condotta da I-Aer su 457 PMI italiane dei settori servizi, commercio e produzione segnala che il 58% delle imprese ha già deciso di bloccare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026 per preservare la liquidità. Il 46% prevede di congelare nuove assunzioni almeno fino alla metà dell’anno. Un dato allarmante che rischia di incidere profondamente sull’occupazione e sulla capacità produttiva del Paese.

Sul fronte dei mercati all’ingrosso, il Prezzo Unico Nazionale per l’energia elettrica ha registrato un rialzo del 29% nella prima settimana di marzo rispetto ai sette giorni precedenti. Il Punto di Scambio Virtuale per il gas naturale ha segnato un incremento di circa il 49% rispetto al mese precedente. Variazioni di questa entità, nelle PMI dove i trasporti pesano mediamente per il 6% dei costi e l’energia per il 4%, rappresentano un cambio strutturale dei conti aziendali.

Il quadro si allarga: agroalimentare, logistica e turismo sotto pressione

Le conseguenze del conflitto non si limitano alle bollette ma allarmano anche il settore agroalimentare: dalla regione del Golfo proviene oltre il 25% della disponibilità globale di fertilizzanti e più del 33% di quelli utilizzati nel mondo. Interruzioni nelle forniture si tradurrebbero immediatamente in aumenti dei costi di produzione lungo tutta la filiera, con effetti a catena sul carrello della spesa.

La guerra mette a rischio 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo, pari a quasi il 5% delle vendite manifatturiere totali e si stima che i cali dei flussi turistici provenienti dall’area interessata potrebbero sottrarre 1 miliardo di euro di spesa turistica in Italia nei prossimi due mesi.

La filiera logistica subisce anch’essa un impatto diretto: un’azienda di trasporto con 5 milioni di euro di fatturato e una flotta di 15 mezzi potrebbe affrontare aumenti dei costi del carburante superiori ai 100.000 euro annui in caso di rialzo del diesel del 20-25%. Per le imprese metalmeccaniche con consumi energetici elevati, l’aggravio potrebbe superare 120.000-150.000 euro l’anno.

 LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE DEL FIESCO

“I dati ISTAT di febbraio sono già storia. La vera emergenza è adesso, e colpisce nel cuore le piccole e medie imprese italiane che non hanno riserve per assorbire uno shock energetico di questa portata. AsNALI è in prima linea per pretendere risposte concrete dal Governo e dall’Europa.”

Sul tema dell’inflazione strutturale:

“Non possiamo continuare ad assistere a un’erosione silenziosa del potere d’acquisto dei lavoratori e degli imprenditori. L’inflazione di fondo al 2,4% ci dice che i prezzi salgono indipendentemente dai prezzi energetici: è un segnale che il sistema produttivo italiano è sotto pressione strutturale, non congiunturale.”

Sulle misure da adottare:

“Chiediamo misure di emergenza immediate su carburanti, energia e gas, ma soprattutto interventi strutturali: riduzione degli oneri di sistema sulle bollette, contratti aggregati per le PMI, sospensione dell’ETS in questa fase di crisi. Le imprese italiane non possono essere lasciate sole ad affrontare uno shock geopolitico che non hanno provocato.”

Sull’impatto occupazionale:

“Il dato più preoccupante non è il prezzo del gas, ma il fatto che quasi sei imprese su dieci abbiano già congelato gli investimenti. Quando le PMI smettono di investire e di assumere, l’economia si ferma. AsNALI chiede una cabina di regia urgente con le categorie produttive, senza ulteriori ritardi.”

In vista del Congresso AsNALI:

“Il Congresso AsNALI arriva in un momento straordinariamente importante per il Paese. Non è solo un momento di confronto associativo: è l’occasione per far sentire forte la voce delle imprese e dei professionisti italiani a chi ha il dovere di ascoltarla.”

Inflazione in risalita, guerra in Iran e caro energia: le PMI italiane nel mirino
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