
Venerdì 28 novembre 2025, in concomitanza con lo sciopero generale e con lo sciopero nazionale dei giornalisti, la redazione torinese de La Stampa è stata oggetto di una grave e violenta incursione. Un gruppo di manifestanti, staccatosi dal corteo principale, ha forzato i cancelli, sfondato gli accessi e fatto irruzione nei locali — vuoti a causa dello sciopero — trasformandoli in un luogo di devastazione. Sui muri sono comparse scritte offensive, i cancelli sono stati imbrattati con letame, libri e giornali sono stati scaraventati ovunque, arredi e postazioni di lavoro danneggiati. Il tutto accompagnato da slogan intimidatori rivolti ai giornalisti, tra cui: «Giornalista terrorista, sei il primo della lista» e «Giornalista ti uccido».
Gli elementi raccolti sin dalle prime ore hanno mostrato come non si sia trattato di una degenerazione improvvisa, bensì di un’azione premeditata. I partecipanti all’assalto erano dotati di fumogeni, passamontagna e indumenti neri; già dall’esterno, secondo le ricostruzioni fornite da forze dell’ordine e operatori dell’informazione, agivano con l’intenzione evidente di colpire la sede del quotidiano.
Un attacco di questa natura non può essere liquidato come un atto di semplice vandalismo. Esso rappresenta un colpo simbolico e concreto alla libertà di stampa, un tentativo di intimidire chi esercita quotidianamente il diritto–dovere di informare con indipendenza e rigore. Colpire una redazione significa colpire il diritto dei cittadini a conoscere i fatti, a orientarsi, a formarsi un’opinione consapevole.
Le condanne sono giunte immediate e trasversali dal mondo politico, istituzionale ed editoriale. Il Presidente della Repubblica, il Governo e rappresentanti di ogni schieramento hanno espresso solidarietà alla redazione. John Elkann, presidente del gruppo editoriale, ha denunciato l’accaduto come un atto «brutale e vile», un chiaro tentativo di intimorire chi lavora per garantire un’informazione libera. Ordine dei Giornalisti, FNSI e associazioni regionali hanno a loro volta definito l’episodio inaccettabile, evocando il rischio di un ritorno a forme di intimidazione che si ritenevano appartenere al passato.
L’irruzione, tuttavia, non ha generato soltanto manifestazioni di solidarietà. Ha aperto un dibattito più ampio sul clima sociale, sulle responsabilità e sulle tensioni che attraversano il Paese. Alcune dichiarazioni pubbliche, tra cui quelle della relatrice ONU Francesca Albanese, hanno suscitato polemiche: il suo invito affinché la stampa «torni a fare il proprio lavoro» è stato interpretato da molti come un commento inadeguato e poco rispettoso della gravità dell’accaduto.
L’episodio non costituisce un caso isolato, ma si inserisce in un contesto in cui la violenza contro giornalisti, sedi editoriali e operatori dell’informazione assume sempre più spesso la forma di pressione, intimidazione e tentativo di limitazione del diritto a informare e a essere informati. Di fronte a tali dinamiche, istituzioni, forze dell’ordine ed editori hanno già avviato iniziative per rafforzare la sicurezza delle redazioni, prevedendo presidi dedicati, tavoli di coordinamento e controlli più incisivi.
La questione centrale resta tuttavia un’altra: quale messaggio si intende veicolare colpendo la stampa? E quale matrice — politica, sociale, ideologica o emotiva — alimenta tali atti? L’obiettivo di chi agisce in questo modo è davvero quello di zittire opinioni e narrazioni, o piuttosto quello di creare un clima di paura capace di indurre all’autocensura?
È in questa dimensione che la violenza va oltre il danno materiale per trasformarsi in una minaccia diretta alla democrazia. Una stampa non libera, una redazione non sicura, un giornalista costretto a temere ritorsioni minano il rapporto di fiducia che deve legare informazione, cittadini e società civile.
Per questo la solidarietà, pur necessaria, non è sufficiente. Occorre un impegno corale: istituzioni, forze dell’ordine, mondo dell’informazione, società civile e cittadini devono difendere la stampa come bene comune, proteggendo chi esercita il diritto di raccontare la realtà. È necessario vigilare non solo sulla sicurezza fisica delle sedi, ma anche sul clima del dibattito pubblico, sul linguaggio, sugli attacchi mediatici, sulle minacce e sulle pressioni, riconoscendo che la libertà di stampa non è un privilegio, ma uno dei pilastri fondamentali della vita democratica.
Ogni aggressione a un giornale, a una redazione, a un reporter costituisce un’aggressione all’intera collettività e al suo diritto di conoscere, comprendere e discutere. Chi ha assaltato La Stampa ha tentato di colpire la verità con mezzi violenti e intimidatori, ma ogni pagina pubblicata, ogni notizia verificata, ogni inchiesta portata avanti rappresenta una risposta ferma a questa barbarie.
Non si deve mai concedere alla violenza la possibilità di spegnere la verità. Perché, quando si attacca un giornale non si colpisce solo un edificio: si colpiscono la conoscenza, la memoria, l’informazione, la stessa democrazia. E questi valori fondamentali — insieme — dobbiamo continuare a difenderli.
Alessandro Del Fiesco
Presidente AsNALI Nazionale
